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art location - “Pozor Vlak”, ferrovia di uomini fotografie di Marco Carlone, di spazioRAW

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“Pozor Vlak”, ferrovia di uomini fotografie di Marco Carlone
Autore: spazioRAW - Pubblicato il 02/01/18 - Categoria Mostre
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“POZOR VLAK”, FERROVIA DI UOMINI

L’immaginario a cui normalmente è legata l’area dell’Europa orientale e dei Balcani è spesso infarcito di stereotipi e reminiscenze nostalgiche che pitturano questi posti come territori in cui la vita è ferma a cinquanta, forse sessant’anni fa. Luoghi di tradizioni reiterate all’infinito, violenze ancestrali, arretratezza economica… Niente di più vero o più falso, a seconda dei punti di vista: tutto dipende da dove si sceglie di puntare l’obbiettivo della propria macchina fotografica.

Le foto che seguono sembrano illustrare esattamente quella visione stereotipata di cui si è scritto finora, ma la scelta si è basata esclusivamente su ciò che qui da noi – Italia, 2017 – non è più possibile esperire: un vero viaggio in treno, abbracciando una concezione della ferrovia come vettore preferenziale per relazionarsi con il diverso, lo sconosciuto, l’altro.

Nell’immenso pallottoliere dei viaggi che oggi ci regala l’era dei low cost e dell’alta velocità, le distanze si riducono e i tempi di percorrenza si restringono sempre di più, ma ci sono luoghi molto vicini a casa nostra in cui questo postulato non ha valore: i paesi dei Balcani e dell’Europa orientale.

I treni moderni hanno fatto la loro timida comparsa in quasi tutti questi paesi da ormai qualche anno. Ciononostante, ciò che cambia in questi luoghi è lo svolgimento dell’esercizio ferroviario, gestito con criteri e infrastrutture tradizionali, a tratti anacronistiche. Paesi come Romania, Bulgaria e Croazia stanno beneficiando di fondi comunitari per migliorare l’infrastruttura, ma nella maggior parte dei casi gli standard sono ben lontani da quelli dell’Europa di Schengen.

È così che sui treni dell’Est ci si può godere un viaggio vero, non un semplice spostamento. Su questi binari i rapporti tra tempi di percorrenza e distanze si fanno reali, a volte spropositati, i chilometri macinati si sentono uno ad uno sulla propria pelle. Qui la ferrovia cambia faccia rispetto al resto d’Europa: le attese alle dogane si fanno bibliche, i treni notte sono strapieni e le stazioni-formicai sperdute nel nulla continuano ad ospitare il viavai di passeggeri durante tutto l’arco della giornata. Che cos’è l’Alta velocità?

Dal finestrino scorrono paesaggi sconosciuti e stazioni dai nomi misteriosi e altisonanti: Chop, Pàpa, General Todorov, Slavonski Brod; i binari arrivano veramente ovunque, sfidano le pendenze dei Monti Rodopi nella Bulgaria meridionale a suon di ponti e curve elicoidali, si inerpicano tra i Carpazi nella Transilvania più profonda, corrono a fianco dei minareti sulle Alpi Dinariche bosniache e disegnano rettilinei infiniti nelle immense pianure della Vojvodina e della Slavonia.

Città e stazioni leggendarie che hanno fatto da ponte tra Oriente e Occidente, Belgrado, Budapest, Sofia, Salonicco, con le loro pensiline che ancora ricordano i convogli che univano Londra a Istanbul, Roma ad Atene, Parigi a Kiev. Binari che sono stati testimoni di guerre e scontri per affermare l’illusoria convinzione di un’etnia predominante sui propri vicini di casa, vie di fuga da paesi tanto amati quanto irriconoscenti per i propri cittadini, costretti ad emigrare per trovare fortuna altrove.

I treni dell’Est offrono incontri bizzarri, mostrano cartelli che vietano la salita a bordo di cani e di galline, si fermano in stazioni sperdute nel nulla e valicano montagne per mezzo di vere e proprie opere d’arte di ingegneria civile. Nei Balcani la ferrovia ha ancora un ruolo importante, sono luoghi dove il capostazione allestisce una bancarella nella sala d’attesa, in cui treni nuovi di pacca viaggiano su un’infrastruttura degli anni sessanta, in cui le locomotive sono figurine tutte uguali, diverse solo nella colorazione che rappresenta le varie compagini nazionali.

Treni di seconda e terza mano, scartati dall’Europa che conta, comprati a prezzi stracciati da Romania e Bulgaria, acquisiti come pegno di guerra dopo la Seconda Guerra Mondiale nei paesi dell’ex Jugoslavia, barattati con materie prime e montagne di minerali in Albania; ma anche convogli nuovi e moderni per pendolari, studiati per una “alta velocità” che pian piano si fa strada ma che ad oggi rimane poco più che un’utopia. Ognuno di questi luoghi ha storie da vendere sulle proprie rotaie, storie che ancora oggi si possono assaporare soprattutto sui convogli più lenti e cigolanti, rumorosi e puzzolenti, più scalcagnati e traballanti.

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